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Masterchef: un'analisi psicologica

February 21, 2016

 

In un paese come l'Italia, una gara tra “aspiranti chef” non dovrebbe sorprendere i telespettatori.

È un occhio un po' più attento che coglie dietro i fornelli e i coltelli un vero e proprio thriller psicologico.

Resto ogni volta stupito dalla profondità e dalla precisione con cui vengono elicitate profonde dinamiche psichiche.

In uno studio televisivo che sembra un aula (e proprio classe viene chiamata), venti soggetti, fatti regredire a scolari (aspiranti chef) vengono giudicati da tre o quattro giudici (chef stellati).

I giudici sono figure mitiche, giacciono in posizione rialzata; le loro riflessioni e decisioni, sono prese lontano dagli occhi dei comuni mortali (concorrenti), e i loro giudizi ambigui, che a volte si limitano solo a sguardi fugaci li fanno assomigliare a delle moderne Pizie.

Non hanno una vita reale: si muovono e operano in una dimensione altra rispetto a quella dei concorrenti (chef stellati lavorano in ristoranti dove nessuno ha mai mangiato), sono onnipotenti (sanno cucinare tutto in ogni modo) ed estremamente sicuri di sé. Tutto questo contribuisce ad una massiccia idealizzazione da parte dei concorrenti.

Hanno il potere di innalzarti alla gloria o farti precipitare negli abissi con disprezzo. Il loro giudizio è imponderabile e insindacabile e soprattutto inaccessibile ai comuni mortali: la loro arte ha dei contorni magici: sacerdoti di una setta a cui aspirano a far parte i venti novizi. Nei momenti importanti e solenni appaiono graniticamente compatti e d'accordo; ancor di più a sottolineare una differenza ontologica con i concorrenti, un estraneità e alterità dal mondo dei mortali (concorrenti), costantemente divisi da invidie e antipatie, quando non artificialmente separati in gruppi.

Altrettanto mirabile è il sapiente gioco di rinforzi positivi e negativi che dispensano ai venti soggetti, costantemente sollecitati ad una performance che non sia solo migliore degli altri ma anche perfetta. Ovviamente per tutti i soggetti dai contorni del Sè fatuo ed estremamente dipendenti dal giudizio esterno, questo si trasforma in un vero e proprio Inferno: in cui si può passare nel giro di un ora dal sentirsi esistere perché apprezzati e lodati al percepirsi come una nullità. Premi e lodi dispensate in modo empatico, accanto a biasimi lanciati in modo freddo e sprezzante, sono spesso rivolti alla stessa persona all'interno di una stessa puntata. Il continuo oscillare fra questi due atteggiamenti può rendere veramente complesso raggiungere una valutazione realistica delle proprie competenze.

Altrettanto interessanti sono le dinamiche che si innescano fra i venti soggetti. La struttura dello studio, l'alterità rispetto ai giudici, la comunanza di passione e di attività, promuovono processi di affiliazione e di identificazione col gruppo o in alcuni frangenti con un sottogruppo (la brigata delle prove in esterna).

Tuttavia il gruppo viene costantemente contrastato dalla creazione di gerarchie: il/i migliore/i e il/i peggiore/i, il tutto reso evidente da segnali esteriori che sottolineano o il segno della gloria (balconata) o il marchio dell'infamia (grembiule nero).

Questi segnali si aggiungono alla tendenza a sollecitare nei concorrenti il riconoscimento di meriti (per i migliori) o l'attribuzione di colpe (ai peggiori); tendenza che come già detto può venir sollecitata nei concorrenti oppure amplificata se spontaneamente presente, con lo scopo di esacerbare i sentimenti d'invidia. Sentimento questo, che viene elicitato anche contrastando la naturale tendenza che ha l'individuo in situazioni sociali, a restare cortese e neutrale nei giudizi sugli altri. Ripetutamente infatti, i concorrenti vengono interrogati sulle proprie antipatie e sui propri pensieri più profondi, soprattutto se negativi.

Viene stimolata la cooperazione nelle prove di squadra, nel continuo ricordare l'obiettivo comune e la comune appartenenza ad una razza eletta (siete a Masterchef) ma nello stesso tempo incentivata la competizione più feroce, ricordando costantemente che gloria e salvezza sono solo per uno; così come al contrario le colpa della sconfitta è del peggiore, promuovendo dinamiche del tipo capro espiatorio.

Processi di tipo paranoideo sono incoraggiati anche consentendo e incentivando soprusi, giudizi negativi o velate aggressioni sadiche ai danni di singoli concorrenti (spesso i vantaggi nelle prove consistono nel penalizzare in modo esplicito altri concorrenti). L'impossibilità per la “vittima ” di difendersi aumenta il vissuto d'impotenza e di rabbia, facendo crescere in alcuni un forte desiderio di vendetta.

Tutti i soggetti vivono costantemente sotto la spada di Damocle dell'eliminazione, che viene sempre presentata come una catastrofe totale. Per ognuno dei concorrenti la permanenza, e di conseguenza l'uscita, viene agganciata ad un obbiettivo personale (il trionfo verso un familiare percepito come umiliante, l'opportunità di una vita, il mezzo per dimostrare a sé stessi il proprio valore, la possibilità di riscattare una vita misera, l'ascensore per arrivare a fare il lavoro che si sogna, etc). Tutto ciò non fa che associare in modo sempre più stretto all'eliminazione un significato di minaccia e di perdita, aumentando l'eventuale contraccolpo esistenziale nel caso di un suo verificarsi.

L' uscita dal gioco, viene inoltre spesso presentata come delusione personale di un concorrente ai danni di un giudice, che sullo specifico partecipante aveva investito e aveva creduto. Particolarmente stressante in quest'ottica diventa l'eliminazione per soggetti sensibili a temi di rifiuto.

Da alcuni la gara può essere vissuta in termini estremamente confusivi, alimentando forti dubbi. Infatti se da un lato viene incoraggiata l'intraprendenza e la creatività dall'altro viene sanzionata ogni minima violazione di un ortodossia da tutti conosciuta (o almeno così si presuppone) ma da nessuno esplicitata.

Infine, degno di nota è l'interessante legame che si crea fra i due, giudici e concorrenti. La relazione contiene elementi di idealizzazione, accudimento e normatività trasformandosi in una sorta di proto relazione genitoriale; dai tratti però fortemente disorganizzanti. Si traduce quasi sempre in un mix di avvicinamenti anche affettivamente connotati e secchi rifiuti, identificazioni e distanziamenti, nonché di comunicazioni chiare e messaggi ambigui.

Ah… e poi…. si cucina.

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