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Arrendersi al mondo

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In Giappone li chiamano Hikikomori, ovvero adolescenti e giovani adulti che scelgono volontariamente di ritirarsi fra le mura domestiche; in Italia non esiste un termine equivalente ma soprattutto ancora non c’è una comprensione articolata del fenomeno.

Credo che per comprendere qualsivoglia fenomeno clinicamente rilevante occorre partire dalla società che l’ha prodotto, rispetto alla quale il fenomeno stesso rappresenterebbe una variazione quantitativa. Nonostante la riduzione delle distanze e la diffusione dei social media, la sensazione di solitudine è diffusa in ampi strati della popolazione. Se è più facile comprendere la solitudine quando è “subita” come nella vecchiaia e nella marginalità sociale; risulta più difficile comprendere la solitudine quando rappresenta una scelta volontaria e perlopiù compiuta da un adolescente o poco più.

Nella stragrande maggioranza dei casi all’origine di questa scelta c’è una volontà di sospendere il rapporto col mondo, metterlo in pausa; volontà che a volte può trasformarsi in una resa o in un ritiro permanente. Tutto ciò è spesso dettato dalla percezione o dalla convinzione di non farcela, di non essere all’altezza di…

Di un mondo che liberato da vincoli norme e forse anche limiti si apre completamente alle possibilità dell’individuo, a cui si chiede di riconoscere, sfruttare e massimizzare le opportunità contenute in queste possibilità.

Oltre alla disgregazione di valori e modelli di comportamento tradizionali questo tipo di società è caratterizzata anche da un mercato del lavoro che incentiva soprattutto valori e competenze individuali nonché la capacità di porsi al centro di una complessa trama di rapporti sociali che pongono l’individuo di fronte alla necessità di assumere plurimi ruoli sociali contemporaneamente.

Se il mercato del lavoro ha queste caratteristiche la vita affettiva non rappresenta certo un salvagente. L’indebolimento dei legami con la comunità (sostituita dalla Community in cui spesso la prossimità è inversamente proporzionale all’intimità) e la mercificazione delle relazioni sentimentali, rende molto complesso per l’individuo utilizzare le relazioni affettive come fattore di protezione, rispetto alla spietatezza del mondo produttivo.

L’adattamento ad un mondo con queste caratteristiche è un rompicapo molto difficile, da risolvere da soli e senza aiuti. Qualcuno ce la fa, qualcuno più semplicemente sceglie di non provarci.

Più spesso la decisione di abbandonare la partita avviene nei momenti in cui il soggetto si trova di fronte alla necessità di riadattarsi, ovvero deve fronteggiare un evento normativo o paranormativo disconfermante.

Ciascuno di noi costruisce la propria definizione di Sé nel rapporto col proprio ambiente, queste definizioni si stabilizzano nel momento in cui vengono confermate dall’ambiente stesso. Nel corso della vita, l’esperienza della conferma si accompagna a quella della disconferma; ovvero situazioni in cui l’ambiente non rispecchia più l’immagine che abbiamo di noi. Eventi fisiologici (normativi) di questo tipo sono malattie, lutti, separazioni ma anche promozioni e bocciature, oppure fasi di vita come l’adolescenza o la vecchiaia. Di fronte a questi eventi il soggetto è chiamato a riorganizzarsi per riadattarsi, scegliendo quali aspetti del Sé salvaguardare e quali abbandonare.

Ed è proprio di fronte a momenti come questi che qualcuno potrebbe scegliere di non provarci, piuttosto che fallire.

 

Depressione esistenziale e ritiro sociale possono essere infatti fenomeni confinanti e complementari. Entrambe possono rappresentare una sorta di scelta di non appartenere ad una società in cui il giovane non si rispecchia. Potrebbe essere proprio per questo motivo che tale condizione si mostri in adolescenza, all’intersezione fra spinta a costruirsi un ruolo sociale, possibilità di immaginare varie società possibili e rifiuti per i sistemi di significato disponibili.

Tuttavia la possibilità di ricondurre alcune forme di ritiro alla conseguenza di una “depressione esistenziale” (che può essere forse più appropriato chiamare mal di vivere), è fondamentale non irrigidirsi troppo su questa equivalenza, in quanto il ritiro psicosociale può essere anche sintomo di molteplici quadri psicopatologici.

Può essere utile considerare il ritiro come la febbre, ovvero un sintomo aspecifico trasversale a varie malattie.

Diventa quindi strategico capire quale disturbo si pone “all’origine” della scelta del soggetto di ritirarsi. Il ritiro può essere il risultato della perdita d’interesse nel mondo nonché della sensazione di non avere né voglia né forza di affrontarlo; oppure può essere legato all’allontanamento di una figura che si sente cruciale per la salvaguardia della propria autostima.

Nelle sindromi ansiose il ritiro è visto come lo strenuo tentativo di proteggersi da pericoli inaffrontabili e catastrofici; mentre nella schizoidia il mondo interpersonale è semplicemente disinvestito, non interessa.

Nelle personalità evitanti la sofferenza può essere legata invece ad un forte desiderio di appartenere al proprio contesto ma alla concomitante convinzione di essere diverso e inadeguato; l’indifferenza del non appartenere tipica degli schizoidi è sostituita dal dolore del non appartenere degli evitanti.

Nelle psicosi il ritiro non è sempre una scelta dettata dalla difficoltà di organizzare la propria esperienza interna e di comprendere la mente altrui; ma anche la conseguenza del profondo stigma che accompagna questa patologia.

Per concludere, il ritiro è un dado che ha molte facce, è quindi prioritario stabilire le ragioni del ritiro; una scelta volontaria oppure l’esisto di un disturbo clinico. Nel primo caso l’intervento consiste nel supportare l’adolescente rispettando i suoi tempi, senza aumentare le pressioni su di lui accogliendo e validando le sue percezioni del mondo.

Nel secondo caso è importante una diagnosi tempestiva ed un intervento che in alcuni casi può e deve combinare farmacoterapia e psicoterapia.

In entrambi i casi è altresì necessario tenere sempre presente che il ritiro è una protezione, per cui è bene dar voce alle ragioni che spingono a questa protezione, che seppur non condivisibili possono e devono essere restituite all’adolescente come lecite.

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